Antichi mestieri che rischiano di scomparire: “U SCARPARU”.

Fino al secolo scorso, in tutti i paesi della Sicilia esistevano artigiani che esercitavano questa attività. Oggi, a praticare questo antico mestiere, sono rimasti in pochissimi.

Nel dopoguerra, chi possedeva delle vere scarpe (c’era perfino chi al posto di esse indossava “i baccùzzi”, pezzi pi copertone d’auto legati ai piedi col fil di ferro o addirittura si camminava scalzi – “a ‘ppedi ì fòra”), se queste erano rotte si andava a rattoparle sotto e anche sopra n’U SCARPARU. Ma “u scarpau” realizzava anche le scarpe su misura, e ciò era un lusso, in quanto si trattava di pezzi unici.

Sul desco, un tavolo basso di legno chiamato anche ‘a banchitta, venivano posti gli attrezzi che si usavano più frequentemente: chiòva (chiodi), ‘ncodda (colla), fòbbici o fròvici (forbici), fùmma, lèsina, raspa, spàcu, tàcci, ecc. Si iniziava misurando, la lunghezza del piede del cliente usando ‘a staffa, per le altre misure adoperava ‘u metru. Indossava ‘u fantali, un grembiule di pelle oppure di stoffa resistente e tagliava per mezzo d’u trincèttu” (un attrezzo in acciaio affilatissimo) ‘a pèddi, ‘a fòdira e ‘i sòra, lapelle le fodere e le suole necessarie. Poi, affusolava lo spago e fissava alle due estremità ‘i ‘nzìti, setole di maiale o di cinghiale per infilarlo meglio nei buchi delle suole e passava sopra ‘a cìra vergini oppure ‘a picirèca, la cera vergine oppure la pece greca per farlo scorrere più facilmente nei buchi e incominciava a cucire. Per mezzo della lesina, faceva dei buchi nella pelle, la cuciva con la fodera e la sistemava, con chiodini piegabili chiamati simenzi o tèchis, sopra ‘a furma, arnese di legno. Con un oggetto simile ad una spazzola, di forma ridotta, chiamato ‘u cardu, fornito di piccoli chiodi sporgenti, puliva le suole per incollarle prima della cucitura.

Gli strumenti

‘A LESINA, attrezzo col manico in legno e punta ad ago in acciaio, era dritta, storta e ‘a canàli, la prima serviva per fare i buchi nelle tomaie e cucirle nella pelle, la seconda, con punta curva, per fare i buchi nelle suole e la terza, con la punta incavata, per bucare la gomma. ‘A FURMA, attrezzo di legno di varie misure, serviva per modellare la scarpa; ‘U FERR’I BATTIRI, un ferro di forma particolare, sul quale veniva battuta la suola per renderla più fitta e tenere meglio i chiodi; ‘U FUSU, attrezzo di ferro, serviva per filare o afusolare lo spago; ‘U MARTILLUZZU, martello di ferro, di forma allungata, era adatto per mettere i chiodini nei tacchi delelle scarpe delle donne; L’OTTACI, oggetti di lamiera, avevano la funzione di fermare più saldamente una cucitura; ‘U PED’I PORCU, attrezzo di ferro, riscaldato serviva rifinire le scarpe, passando le cera turca; ‘U PIRCIATURI, attrezzo di ferro, serviva per fare buchi di varia misura; ‘A RUTINA, attrezzo di legno che finiva con una ruota di ferro, serviva per segnare i punti che dovevano essere dati alla stessa distanza; ‘A STAPPA, attrezzo formato da una striscia di tela smeriglio fissata su una base di legno, serviva per affilare ‘u trincettu; ‘A TACCIA, chiodo particolare con la testa larga, si adoperava per rinforzare e consumare di meno le suole delle scarpe, una sorta di tacchetti da calcio; ‘I ZIPPI, chiodini di ferro per tutti gli usi, in special modo per montare le scarpe sopra ‘A FURMA; Infine, sistemati i tacchi, la scarpa veniva lucidata passandovi sopra, per mezzo di una spazzola, ‘U CIROTTU, una crema protettiva colorata. Il lavoro era completo.

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