La vendemmia in Sicilia. Storie e tradizioni di un rito vecchio migliaia di anni.

Il mese di settembre da il via a una delle attività economiche e tradizionali più importanti in Sicilia: la vendemmia. Il suo valore storico e antropologico, si è tramandato di generazione in generazione, attraverso metodi e tradizioni contadine. In questo periodo borghi e campagne si animano di trattori, ceste d’uva, pranzi e bevute in compagnia. La vendemmia è nell’immaginario collettivo una festa. Tra le vigne si danno appuntamento amici, parenti e vicini di casa, per lavorare nelle vigne per poi festeggiare. Una tradizione molto sentita, divenuta quasi gourmet, ora che il ritorno alla terra è molto diffuso.

La vendemmia in Sicilia

Come ci testimonia l’antropologo  Giuseppe Pitrè, la vendemmia affonda le sue radici della storia millenaria della Sicilia e nel suo folclore.

“Travagghiu di vinnigna, ti ‘signa, ti sgrigna, t’alligna e ti spigna”, ovvero il lavoro della vendemmia ti ammaestra, ti diletta, ti rinvigorisce e ti leva i debiti. È un antico proverbio dei contadini per i quali la vendemmia rappresentava, in passato, la maggiore fonte di guadagno tra tutti i lavori campestri. Alla vendemmia partecipavano tutti coloro che facevano parte degli strati più umili e poveri della gerarchia sociale del tempo e persino le donne. Oltre alla paga giornaliera ognuno riceveva il companatico costituito da sarde salate e cipolle o da formaggio, il pernottamento al podere, anche un piatto di minestra. La giornata cominciava e si concludeva lodando Dio. Poi i vendemmiatori recitavano il rosario e subito iniziavano i canti e i balli per una o due ore accompagnati da cembali, zufoli, pifferi e cornamuse. Alla fine della vendemmia,  il padrone regalava qualche grappolo d’uva da portare a casa.

La pigiatura

Parte fondamentale della vendemmia si svolgeva nel palmento. Quest’ultimo, secondo la tradizione, era in muratura e sotto aveva una specie di tino incavato al suolo entro cui scolava e veniva raccolto il mosto. Sopra il palmento vi era una piattaforma riparata ai lati su cui veniva pigiata l’uva. Il “pistaturi”, pigiatore, a gambe nude e con indosso degli scarponi pigiava l’uva strato dopo strato, coi piedi la spingeva dentro il palmento in cui veniva ripestata. Per evitare di scivolare, il pigiatore si teneva ad una corda appesa al soffitto e nell’altra mano teneva un forcone che gli serviva per spingere gli strati di uva pestati nel palmento.

Riti e attrezzi

Anche i mezzi utilizzati erano diversi. Oltre alle macchine che puliscono direttamente il chicco, rilasciando il mosto già pronto per la fermentazione, diverse sono anche le botti dove si conserva il vino: quelle di un tempo erano in legno, oggi sono in vetroresina. Un’altra differenza sostanziale tra modalità tradizionali e nuove della vendemmia riguarda  i contenitori con i quali si trasporta il mosto. I vecchi recipienti erano sacchi morbidi di stoffa, chiamati otre, che i contadini portavano in spalla, quelli moderni sono dei semplici bidoni in vetroresina.

In tutta Sicilia si producono ottimi vini ma non è esagerato dire che nella provincia di Trapani i vini sono eccellenti.

Il Marsala, vino da meditazione di pregio e fama internazionali, l’ambrato e dolce Moscato  di Pantelleria che profuma di sole, il Bianco Alcamo, fruttato e profumato. A questi tre vini DOC si accompagna una miriade di altri vini da pasto, molti a denominazione geografica, bianchi, rossi e rosati. Nel trapanese le  varietà di uva coltivate sono rimaste quelle tradizionali. Infatti i vitigni bianchi son rappresentati dal Catarratto, dal Grillo, dal Gracanico, dallo Zibibbo e dal Damaschino mentre le uve nere sono il Nerello Mascalese, Frappato e Calabrese.

I D.O.C. trapanesi

Tale diversificazione delle colture ha delineato due zone DOC: il Marsala, la cui zona di produzione si estende da sud ovest per una linea che da Palermo va a Sciacca, toccando San Cipirrello e Partanna e si spinge verso il mare. Il Bianco d’Alcamo viene prodotto sulle colline e sulle valli di Alcamo e Calatafimi, Castellammare del Golfo, Salemi, Vita, Salaparuta, Camporeale, Gibellina, S. Ninfa e Buseto Palizzolo e si estende parzialmente in provincia di Palermo interessando i comuni di Monreale, Partinico, Camporeale e Poggioreale. Chiudono i vini Doc della provincia di Trapani i Moscati dell’isola di Pantelleria.

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