Strage in Etiopia, la vedova di Sebastiano Tusa “Un sacchetto di terra al posto dei suoi resti”.

Ritorna a casa con un sacchetto di terra nera. Terra bruciata dal kerosene. Il terriccio di un campo a pochi chilometri da Addis Abeba dove il 10 marzo si schiantò il Boeing 737 Max 8 di Ethiopian Airlines con 157 persone a bordo, compreso Sebastiano Tusa, il grande archeologo siciliano commemorato lunedì, a tre mesi dal disastro, alla Regione siciliana. Presente la moglie, Valeria Patrizia Livigni, tornata da Roma con quel sacchetto consegnato alla Farnesina da funzionari commossi.

«Un simbolo. Qualcosa da tenere in mano, in attesa di quanto potrà arrivare solo dopo l’esame del Dna su poveri resti…», sussurra la direttrice del Museo Riso di Palermo che con Tusa ha condiviso vita affettiva e vita lavorativa. Incredula per i ritardi accumulati nelle operazioni sul campo in Etiopia, sul silenzio che avvolge la vicenda, sulle cause del disastro. Adesso turbata da quella consegna, grata all’ufficiale della Guardia di Finanza che l’ha accompagnata ai controlli di Fiumicino per non spiegare cosa fosse quel terriccio raccolto in Etiopia e custodito in borsa.

Hanno ritirato il sacchetto con una angoscia senza fine anche i familiari di Paolo Dieci, tra i fondatori del Comitato per lo sviluppo dei popoli, presidente della Rete Link. Consegna da altri finora evitata. È il caso di Flaminia Buzzetti, sorella di Maria Pilar, la ragazza di trent’anni specializzata alla Luiss in relazioni internazionali, volontaria con Medici senza frontiere. Stesso dubbio dei parenti di Virginia Chimenti, impegnata nella lotta contro la fame nel mondo, consulente finanziario del programma alimentare delle Nazioni unite, come evocano il padre, Claudio, professore di ortodonzia all’Aquila, la madre, Daniela Capogna, dentista a Roma, la sorella Claudia.

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