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28 anni fa moriva Rita Atria, la ragazzina siciliana che a soli 17 anni si ribellò alla mafia e all’omertà

Ricorre oggi il 28° anniversario della morte di Rita Atria, la giovane collaboratrice di giustizia di Partanna che, a soli 17 anni compì una rivoluzione nel cuore del Belice siciliano, la ragazza che si ribellò all’omertà e alla mafia, e che finì per pagare la sua scelta con la morte.

Rita era figlia di Vito Atria e sorella di Nicolo’, entrambi assassinati nella guerra di mafia fra cosche rivali; aveva iniziato a collaborare con Paolo Borsellino e poi con i sostituti Alessandra Camassa e Massimo Russo, ai quali aveva rivelato aspetti ritenuti estremamente interessanti sulle cosche mafiose del trapanese e del Belice.

Sognava di lasciare la Sicilia, sognava una vita senza mafia e senza violenza. Finché la mattina del 5 novembre del 1991, invece di recarsi a scuola, si presentò nell’ufficio del pm di Sciacca Morena Piazzi. «Voglio collaborare – disse – dovete ascoltarmi». La giovane collaboratrice aveva una memoria d’elefante, con gli occhi di bambina aveva assistito a riunioni, conversazioni, decisioni criminali. Fioccavano in paese le retate: decine di picciotti grazie a Rita, finirono in galera con l’accusa di traffico di droga.

Per sottrarla alla vendetta della mafia, Paolo Borsellino fece prelevare Rita e la portò al sicuro in un rifugio lontano dalla Sicilia. Cominciò per lei una vita completamente nuova, Borsellino, avendo una figlia della sua stessa età si affezionò a lei.

Dopo l’uccisione del giudice Borsellino,  Rita,  era caduta in uno stato di profonda prostrazione, aveva messo la sua vita nelle mani del giudice palermitano:  ”Sono rimasta sconvolta dall’uccisione del procuratore Paolo Borsellino, adesso non c’è più chi mi protegge, sono avvilita, non ce la faccio più”.

Una settimana dopo la strage di Via D’Amelio, il 26 luglio, alle 17,55 di una domenica assolata, non reggendo al dolore per la morte del giudice Borsellino, Rita si lanciò dal balcone del settimo piano dell’appartamento romano dove viveva sotto protezione. Sul muro della stanza, a matita, aveva lasciato scritto: «Il mio cuore senza di te non vive».

La madre di Rita, qualche mese dopo la morte della figlia, venne sorpresa mentre all’interno del cimitero di Partanna prendeva a martellate la fotografia sulla tomba della figlia, per questo  gesto la donna venne condannata a due mesi e 20 giorni. 

Così scriveva Rita Atria, a proposito di Paolo, Borsellino: “L’ho capito da lei cosa vuol dire avere coraggio. Ho imparato che nella vita non ci si deve inchinare alla prepotenza e che alla giustizia non servono parole tonanti, ma racconti veri, fatti concreti”.

E ancora nelle pagine del suo diario aggiungeva: “Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

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