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Ancora in mano libiche i 18 pescatori mazaresi. “Il governo li riporti indietro o sarà un Natale triste”


Sono trascorsi 106 giorni da quando i 18 pescatori di Mazara del Vallo, il 1 Settembre 2020, sono stati sequestrati dalle milizie libiche a 45 miglia a Nord di Bengasi, in acque internazionali. e poi imprigionati. Acque che la Libia continua a considerare proprie. Infatti l’accusa da parte loro è che i pescatori di Mazara del Vallo hanno pescato in acque territoriali libiche, acque non riconosciute come tali a livello internazionale. Quel tratto di mare davanti al Golfo di Bengasi non appartiene ai libici. La zona economica esclusiva autoproclamata da loro non è stata mai formalmente accettata dalle Nazioni Unite e dai principali paesi europei. La storia dei sequestri dei pescherecci siciliani in acque internazionali antistanti il mare territoriale libico non è purtroppo una novità.

Tra i pescatori, oltre a sei italiani, ci sono anche otto tunisini, due indonesiani e due senegalesi che vivono a Mazara del Vallo da diversi anni e fanno parte della prestigiosa marineria conosciuta in tutto il mondo per la pesca del gambero rosso. L’unico contatto che è stato possibile stabilire, con i pescatori sequestrati, risale allo scorso 11 novembre, in occasione di una telefonata “di gruppo”, durante la quale hanno potuto parlare con i familiari soltanto i pescatori italiani. Sulla vicenda dei pescatori di Mazara è intervenuto anche Papa Francesco con un appello durante l’Angelus del 18 Ottobre.

Ad oggi i familiari dei pescatori non hanno ricevuto alcuna risposta definitiva da parte del Ministero degli Esteri. Da domani, mercoledì 16 dicembre nuovo presidio dei familiari davanti al Parlamento. Ad alimentare la rabbia dei familiari contribuisce “il caso turco” che, dietro il pagamento di un’ammenda, ha visto già rilasciare da parte delle milizie di Haftar un peschereccio sequestrato nelle stesse acque lo scorso 5 dicembre.

La protesta

Entro fine settimana dovrebbe prendere il via il processo nei confronti dei pescatori di Mazara del Vallo davanti al tribunale militare di Bengasi. E’ in corso una trattativa “parallela” a quella ufficiale, portata avanti da Leonardo Gancitano, armatore del peschereccio Antartide e dai suoi legali. L’armatore ha deciso di avviare tale trattativa, per riportare a casa i suoi uomini –“… pur rispettando e tenendo in considerazione il copioso lavoro condotto dalle autorità competenti quali la Farnesina e il Governo italiano” – dichiara in un comunicato stampa l’armatore. Da registrare anche la solidarietà degli uomini di mare di altre regioni italiane i quali, nei giorni scorsi, con i pescherecci in sosta per il ‘fermo biologico’, hanno fatto sentire le loro sirene in segno di solidarietà.

Dopo aver chiesto, nel corso delle trattative uno ‘scambio di prigionieri’ con l’estradizione dei 4 scafisti libici, condannati per essere responsabili di una traversata della morte (49 migranti annegati), il generale Khalifa Haftar rilancia cercando di “incastrare i pescatori” e aumentare la posta del negoziato con Roma, mettendo sul tavolo l’accusa di traffico di droga, producendo foto con involucri gialli.

La speranza è che i pescatori rientrino a casa nel più breve tempo possibile. I familiari sperano che l’arrivo delle festività natalizie possa accelerare le trattative per il rilascio. E noi lo speriamo con loro.

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