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Quando giocare per strada era divertente e non esistevano i social network

di Angela Badalucco

Basta una foto nel cassetto, sciupata e in bianco e nero, e ti passa davanti la vita; fiumi di emozioni, ricordi belli e nostalgia di tempi lontani. Io ho la fortuna di avere avuto, anche, 2 fratelli dopo di me e uno molto vicino come età. Avevo appena finito la 1^ elementare ed eravamo andati ad abitare nelle prime case popolari di Trapani. C’erano solo tre palazzine, in una zona nuova, con tanto spazio e ancora tanta campagna.

Sì, sembra preistoria, fiera del bestiame, il lattaio che al mattino portava il latte a casa; le mucche che rientravano in stalla; poche o quasi niente macchine. Oggi agglomerati di case, quartiere irriconoscibile, fin troppo mutato, diciamo violentato! E stamattina, forse complice lo scirocco, mi si stagliano davanti agli occhi immagini di casa, di famiglia, di fratelli, giochi perduti.

U strummalu” Qualcuno lo ricorda?

Una trottola di legno con un chiodo al centro, avvolta dalla lenza. Con un gesto brusco del polso, e contemporaneamente aprendo la mano, si gettava a terra facendola  ruotare. Lo scopo del gioco era quello di far durare la rotazione il più a lungo possibile.

C’erano diversi modi di lanciare u strummalu : a fimminina,  a masculina, a ‘mmazzari

Lo strummalo cominciava a girare, cioè piriava  con un gioco ad effetto, si raccoglieva sul palmo della mano ed … io ero anche capace a farlo … non semplice! Se invece non girava bene, quindi era una chianca, veniva punito con le mazzate. Non credo che io e Pietro sapessimo tutte queste regole ma abbiamo giocato tanto e io ero anche brava!

Si, brava, ero una bambina  e non era certo un gioco femminile. Ma noi avevamo una mamma che, pur non avendo letto tutorial di come si “fa la mamma” né aver frequentato scuole montessoriane, ci lasciava liberi di giocare, nel rispetto della nostra età, del bisogno di crescere e nel rispetto delle regole.

Intanto alla mente affiora un altro gioco, il “giro d’Italia” disegnato per terra col carbone nella veranda di casa. Unico accessorio i tappi delle gazzose;  si percorreva il tracciato spingendo con uno scatto del pollice il tappo … non credo conoscessimo regole o punizioni, magari sì, ma non le ricordo.  Ma se lo conservo nel mio cuore così nitido e con tanto piacere vuol dire che giocavamo per  giocare e  giocare aiuta a crescere. Non avevamo lezioni  di ballo, palestra o corsi d’inglese … tempi duri ma bellissimi!

Un altro  gioco nel quale ero brava anche (scusate nel ricordo è così, magari non è vero) era  quello che in italiano è detto  “della cavallina”. Noi lo conoscevamo sotto l’urlo di “ABBÌRIRI CHI MI NNI VEGNU E RICU “ÀSCHI”… ecc

E mentre scrivo mi viene in mente anche il gioco del “carruzzuni”, un antenato del monopattino, un asse di legno con delle rotelle che nella versione più sofisticata aveva anche lo sterzo! Io giocavo con mio fratello, forse ci sarà stato qualche altro bambino. Il ricordo di questi giochi, a distanza di tanti anni, ha il sapore della spensieratezza, della libertà e la nostalgia dell’età e della mia terra. Per oggi ho giocato abbastanza. Chiudo il libro dei ricordi e ritorno a fare la pensionata! Ma più contenta.

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