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I fenicotteri rosa arrivarono nello Stagnone. E da quel giorno il fascino al tramonto si moltiplicò

I fenicotteri rosa (racconto)

Quella fu un’estate particolarmente calda e afosa. Dopo cena si cercava refrigerio in una passeggiata. Così ci si portava verso lo Stagnone, spinti dal desiderio di ammirare gli splendidi tramonti che la laguna offriva ogni sera, quando il sole, giocando con mille sfumature, gettava qua e là pennellate di fuxia, rosso acceso, giallo arancio e tingeva tutt’intorno, l’aria, il cielo e lo specchio d’acqua, creando un’atmosfera sospesa che solo in quell’angolo di costa si riusciva a respirare.

Tra una chiacchierata e l’altra, si sorseggiava una granita o si gustava un buon gelato al gelsomino, perché come si dice “l’occhio vuole la sua parte” ma c’è anche dell’altro! Durante una di queste passeggiate, al calar del sole, affascinati dal gioco di luci e colori, sempre diverso, sempre magico di cui mai si era paghi, l’attenzione venne calamitata da un insolito spettacolo. Proprio mentre il sole lanciava la sua ultima sfumatura di rosso sulla superficie della laguna, d’improvviso, come in uno specchio al contrario, il cielo si tinse di un rosa acceso: uno spettacolo che lasciò tutti senza fiato.

Una formazione disciplinata di numerosi fenicotteri rosa, in volo, stava avvicinandosi verso lo Stagnone. Robusti volatori, quegli splendidi trampolieri migratori, avevano attraversato, dall’alto della Via del Sale, tutto il cielo che, da Trapani, passando per Paceco, li aveva portati fin qui, alla ricerca di un nuovo rifugio dove trascorrere l’estate e dove trovare cibo in abbondanza per ritemprarsi. Avevano sorvolato ventisette saline con i loro specchi d’acqua, avevano assistito al gioco dei mulini a vento, che, come giganti buoni, con grandi braccia, protese al cielo, sfidavano i forti venti che da sempre soffiano in quel tratto di costa. Quei deliziosi trampolieri, eleganti e maestosi, alti nel cielo, con i loro lunghi colli protesi in avanti e le zampe dritte all’indietro, formavano delle “V”. simili a lance volanti. Uno di loro, si metteva a capo della formazione e ogni tanto, a turno, si davano il cambio per guidare e agevolare la volata come fanno i ciclisti, quelli veri, nelle loro gare.

Non si poteva non accorgersi che stavano arrivando. Nell’aria si sentiva un particolare vocio simile al richiamo delle oche; si facevano sentire, eccome. Comunicavano tra di loro, dovevano decidere come muoversi e soprattutto quando e dove fermarsi. Improvvisamente rallentarono la loro corsa e cominciarono a disegnare cerchi in volo, sopra questo specchio d’acqua nel momento esatto in cui il sole, prima di congedarsi, regalava i tramonti più belli e più emozionanti che occhio umano avesse mai potuto ammirare. Uno spettacolo che lasciava a bocca aperta sempre. Colori, sfumature, suggestioni, ricordi e pensieri che si affollavano e transitavano tra gli occhi e il cuore di chi assisteva, in un turbinio di emozioni che toglieva il fiato, in uno degli angoli della Sicilia tra i più belli al mondo, “la costa dei tramonti”, appunto.

Di colpo lo stormo, come ammaliato da queste sfumature, da questi giochi di luce e da quest’atmosfera incantata, si abbassò e lo Stagnone si tinse di altro rosa, quel rosa che si mescolò ai colori che il sole, senza risparmiarsi, aveva già sparso a piene mani. La laguna diventò teatro e palcoscenico di nuovi attori, di nuove rappresentazioni, di nuova vita. Alcuni richiami si mescolarono tra loro: quelli delle coppie che si cercavano con suoni a loro noti e quel grido un po’ stridulo di chi vuole avvertire di un pericolo. Insomma nello Stagnone arrivò un bel po’ di movimento che poco alla volta si affievolì fino a chetarsi.

E calò il buio della notte; ciascuno tornò nella propria casa. I fenicotteri, forse perché stanchi, forse eccitati e felici, rimandarono al nuovo giorno tutte le attività legate al loro “trasloco” e si posizionarono per dormire.
Su una zampa, sì, in quel precario equilibrio, per loro così naturale. Come a voler fare, in posizione yoga, il saluto al sole che, proprio in quel momento, si era definitivamente nascosto fra le tenebre, prima di spegnere la luce.

Grandi lavori al mattino dopo, di buon’ora. Esplorazione ambientale, colazione abbondante e sistemazione delle loro cose. Con le lunghe zampe palmate a tre dita, tutti a rimescolare nel fango, per scovare i gamberetti, semi, alghe o altri animaletti microscopici o molluschi. Bisognava rimettersi in forze dopo quel lungo viaggio. E poi c’erano tanti programmi. Mettere su famiglia, costruire i nidi, far crescere i piccoli.
“Tutto il resto può aspettare, adesso pensiamo a mangiare” – dicevano i più piccoli che non pensavano ad altro. E giù ad esplorare il fondo dello specchio d’acqua!

Trascorsero tutta la giornata nell’acqua bassa e fangosa. Con i lunghi e flessuosi colli immersi. Non appena avvistavano un gamberetto, veloci a risucchiarlo con il becco dalla punta nera ricurva, pronti a trattenerlo con le piccole lamelle, facendo uscire l’acqua. Nel bel mezzo di tale frenetica attività godereccia, due fenicotteri, giovani e belli, cominciarono una danza particolare. Non avevano fame loro. Altri impulsi battevano nei loro cuori. Eleganti, flessuosi, delicati e maestosi, regali nella loro giovane ed esplosiva carica attrattiva, stavano amoreggiando e, inviandosi dei segnali, cercavano di piacersi. Volevano presto mettere su “casa”. Si corteggiarono a vicenda con una varietà di esibizioni che coinvolgevano movimenti del lungo collo e della testa, con le grandi ali in mostra e accattivanti vocalizzazioni. Quel gioco amoroso durò ore. Lei rintuzzava e lui rispondeva. Ginnastica artistica di grande livello!

Erano pronti i due fenicotteri, avevano raggiunto la maturità giusta per accoppiarsi. Dopo essersi scelti come compagni di vita e per sempre, e dopo aver assolto ai loro doveri coniugali, cominciarono a costruire il loro nido col fango, un nido dove deporre l’unico loro uovo, grande come un’arancia. Quel nido a forma di cono prevedeva alla sua sommità una sorta di cratere, una culla dove deporre e covare l’uovo. Per un mesetto circa, si alternarono l’un l’altro, i due fenicotteri, da buoni coniugi, con grande amore e spirito di collaborazione! Nello stagno, vuoi per l’esuberanza, vuoi per la bellezza del posto, vuoi per il caldo, le coppie si moltiplicarono e, nel giro di pochi giorni, se ne formarono tante, una dietro l’altra.

E allora altre danze, altri riti, altro spettacolo della vita. E furono costruiti tanti nidi ancora e tanti altri piccoli vennero alla luce. Tutti grigi i piccoli ma, sapevano dai loro genitori che … “Quando sarai grande e avrai mangiato tanti gamberetti, vedrai che anche tu metterai quelle belle piume rosa!” Così si tranquillizzavano i piccoli mentre imitavano i genitori in tutto. L’educazione dei figli richiedeva tempo, tante attenzioni, tante prove e ancora tante lezioni sui segreti della vita.

Alla fine dell’estate, tutti i cuccioli, diventati robusti, sarebbero stati già in grado di volare assieme ai genitori per nuovi stagni, nuove saline, nuovi nidi. Ma i nostri amici, arrivati durante quella calda estate nello Stagnone, in quell’atmosfera di grande bellezza, in quell’aria così pulita e in quell’acqua così ricca di cibo, non ci pensavano affatto a traslocare. Così decisero di rimanere e, da allora, ogni sera al tramonto, regalano dei volteggi meravigliosi su nel cielo, un’esibizione che scalda il cuore. E poi ritornano elegantemente giù, mescolando i loro colori rosa all’immancabile tavolozza che il sole puntualmente sparge ovunque.

Per completare e rendere ancora più suggestivo e carico di fascino quest’angolo di paradiso, bisogna dire che, da tempo, vi avevano trovato riparo diverse specie di volatili. Tra questi una discreta colonia di fraticello dal becco giallo e alcuni cavalieri d’Italia dalle lunghe zampe sottili e dall’andatura strana, un po’ goffa. E tra i numerosi residenti dello Stagnone nacque subito una bella intesa. Ognuno al proprio posto. C’è spazio per tutti e, all’occorrenza, nel bisogno, ci si dà una mano da buoni fratelli! L’arrivo di questi meravigliosi uccelli ha regalato e regala ancora una magia in più a questo ambiente rendendolo ancora più avvincente, confermando il grande fascino di quel tratto di costa trapanese che si chiama appunto “la costa dei tramonti”.

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