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“Lu stagnataru”: tra i mestieri dimenticati, quando si riparava e gli oggetti avevano più di una vita

bottega dello stagnino

“Lu stagnataru” di solito lavorava in una piccola bottega con i suoi attezzi, la sua fornacella e lo stagno. Ma come altri artigiani non disdegnava di uscire in strada a portare la sua opera di assistenza alle donne che avevano oggetti di rame da riparare. Un mestiere che, per diversi decenni e in generale, fino all’immediato dopoguerra, configurarono una condizione economica molto drammatica che tuttavia venne affrontata con la dignità, la creatività e lo spirito di laboriosità insita nel nostro popolo che non si piega.

“lu stagnataru” Foto di Pino Marchica

Girava per i vicoli delle città con una piccola fornace nella quale fondeva lo stagno che utilizzava per tappare i buchi nel rame in modo da non lasciare l’ossido, altamente tossico. Inoltre, era anche in grado di rimediare ad ammaccature e di sostituire manici rotti. Gli arnesi usati dallo stagnino erano delle grosse forbici che usava per tagliare le lamiere, un ferro con il manico di legno, che lo proteggesse dalle scottature, da immergere nella brace incandescente di un fornello che serviva per fondere lo stagno (ed applicarlo nei posti dove era necessario), delle barrette di una lega di stagno e piombo per le saldature dolci e di una lega di zinco, rame e piombo per le saldature più forti. Aveva inoltre dei martelli di varie forme e misure che usava per sagomare i rattoppi e riparare le ammaccature.

Foto d’epoca

Quando passava per le vie, a piedi, con la sua bici o magari con un carrettino, richiamava l’attenzione delle donne al grido di: “Affacciativi fimmini belli c’è ù stagnataru chi stagna padelli…”

Quando gli veniva portato un recipiente da riparare, la prima operazione era quella di eliminare le ammaccature che venivano fatte rientrare con una maestria da mago, poggiava l’oggetto sull’incudine e livellava l’ammaccatura col martello. Usava i chiodi per rinforzare i manici. La stagnatura, invece, la faceva portando lo stagno a un’alta temperatura per la fusione, in questo modo eliminava le parti rovinate e le sostituiva con il materiale nuovo.

Le nostre nonne gli portavano molti oggetti da stagnare: le “quarare” (pentole di rame) e “i pareddi”  (le padelle). Lui metteva lo zingo anche ne “i pili pi lavari” (vasche di legno rivestite all’interno di metallo). “Cunzava i vacila” (aggiustava le bacinelle), i “rinali” (vasi da notte in ferro smaltato) e le “bagnarole” (le bacinelle di metallo). 

Il tutto dettato da oggettive necessità del periodo storico, perché esisteva ancora il principio e soprattutto il bisogno del risparmio e del non spreco, in un periodo in cui si era lontani dal consumismo sfrenato e non aveva ancora preso il sopravvento il dictat “dell’usa e getta”, diventato lo slogan dominante del vivere moderno. Una cultura diffusa che fa credere che “sei se hai”, a danno dell’economia e dell’ambiente.

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