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Michele Nicosia, l’ultimo intrecciatore di palma nana

di Giuseppe

Ieri sono andato a trovare il signor Michele, un simpatico pensionato che vive a Custonaci. Venuto a conoscenza della sua passione per un lavoro artigianale che sta scomparendo gli chiedo se è disposto a concedermi un’intervista. E’ un uomo riservato, ma mi accoglie con piacere e risponde alle mie domande.

Comincia col raccontare che egli non ama passare le giornate “a far niente” e si dedica alla sua passione che ha coltivato fin da bambino. Mi accoglie nel cortile di casa sua dove, all’ombra di un grosso pino, su una sedia e tra secchi pieni di corde, foglie di palme alcune secche e altre ancora verdi, “intreccia” il suo racconto senza mai distogliere gli occhi dalle sue dita veloci che nel frattempo hanno già dato vita a una corda.

“Ho cominciato a lavorare la palma nana circa 40 anni fa, nelle ore libere dal lavoro. All’inizio lo facevo per aiutare mio padre,- ci racconta- era lui che intrecciava le scope. Un giorno, rientrato a casa dal lavoro, mentre mio padre stava riposando, cominciai a legare una scopa. Mi venne malissimo, era storta, e non riuscivo a capire il perché. Quando mio padre si alzò chiesi a lui quale potesse essere il motivo, lui mi fece notare quali erano gli errori e come procedere per risolverli. Ho disfatto la scopa e la intrecciai davanti a lui; da quel giorno non ho più smesso di costruirle”.

Prosegue nel suo racconto il signor Michele – “Mi alzo alle 5 del mattino per andare a raccogliere le foglie della palma nana. Non reco nessun danno alla pianta, anzi questo tipo di potatura permette alla pianta stessa di crescere sana. Inoltre faccio il volontario per il comune e pulisco i terreni dalle foglie secche. Così apporto vantaggio all’ambiente e recupero il materiale per il mio passatempo. Quindi porto le foglie a casa, tolgo le spine e le metto a seccare. Comincio a lavorare con quelle secche che ho già a disposizione per dar vita a una scopa. E’ un lavoro che faccio per passione, non ho vizi, qualche sigaretta”.

Mi guarda e mi chiede, sorridendo, se può accendersi una sigaretta.
Mentre parla la scopa sta prendendo forma nelle sue mani. Crea una sorta di collana, inserendo una foglia dietro l’altra, fermandole con delle asole che realizza con la corda, quella stessa corda che aveva creato, con una maestria da giocoliere, con i singoli steli della foglia. Un’arte che è più facile a vedere che a descrivere! Facile è una parola grossa! La velocità con cui intreccia quella corda, passando sotto e poi sopra, prima a destra e poi a sinistra, sa di magia. Quei gesti e quei saperi imparati a memoria che fanno muovere le dita da sole.

Gli chiedo quanto tempo impiega per realizzare una scopa. Io l’ho vista nascere sotto i miei occhi nel corso di questa chiacchierata. Giustamente lui racconta- “Calcolando il tempo che occorre da quando si raccolgono le foglie, si puliscono per togliere le spine e si mettono a seccare, poi il tempo che occorre per realizzare la corda e intrecciarla tutta, in tutto ci vogliono due ore”.
Continua il suo racconto il signor Michele – “Le faccio per passione, per portare avanti una tradizione ormai scomparsa, noi a casa abbiamo il forno a legna, facciamo il pane come una volta e queste servono per pulire il piano del forno prima di fare l’infornata. Ne regalo a qualche amico che me le chiede. Oggi non servono più nelle case moderne”.

Gli chiedo se crede che questa antica tradizione avrà un futuro. Una nota di malinconia si dipinge sul suo viso – “Nessun futuro “arrivati semu”.

I giovani non vogliono più fare questo mestiere, non è un lavoro che rende, se non lo fai per passione non puoi farlo, il più giovane del posto che sa fare queste scope sono io”.
Continua manifestando la sua preoccupazione per il futuro della palma nana, per le malattie da cui sono minacciate le palme in genere, anche se la palma nana al momento risulta più resistente.

Ringrazio il signor Michele per avermi dato l’opportunità di conoscere lui e questa tradizione che sta scomparendo; lo ringrazio per la saggezza delle sue parole e concludo con un auspicio che è una certezza. Molti, la maggior parte dei nostri giovani, hanno forti valori e tanta voglia di lavorare. Sono cambiati i tempi e le esigenze. E’ cambiato il mondo del lavoro. Ma queste tradizioni e questi saperi antichi dobbiamo tenerli in vita!

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