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Quando le parole fanno la differenza e la dignità di un uomo passa attraverso l’esclusione di una “e”

Angela

Quello di Marsala è l’ennesimo episodio di “esclusione del diverso”, un episodio che si conclude con rimostranze verbali, con la pubblicazione sul web dell’accaduto tramite un video. Ma prevale il buon senso e il ragazzo, che, come tutti gli immigrati ha alle spalle una vita molto dura, ma che oggi ha una bella situazione di integrazione presso una famiglia che l’ha accolto, che dice di lui che è un grande lavoratore, sensibile e onesto, sceglie di andarsene e la cosa finisce lì. Questo episodio è uno in più che emerge a fronte di decine e decine di forme di discriminazione gratuita, che restano sommerse. Per le ragioni, che di ragione non hanno niente,  più disparate. Ora perché l’altro è di colore o perché arriva dalla Cina; ora perché è barbone o peggio un rom; ora perché è grasso o disabile; ma anche perché è un debole, magari anziano e malato; magari è solo povero, non parliamo poi se è gay! E purtroppo spesso le discriminazioni sfociano in violenza!

In foto Ali Omar Fofana

Quindi,  a fronte di quest’episodio che finirà con due righe sul giornale di paese e con le scuse di chi si dissocia, in attesa del prossimo, c’è da dire che nell’aria si respira una brutta atmosfera, che le cose hanno preso una brutta piega e che c’è urgenza di resettare! Cominciamo dalle parole. E non diciamo che sono solo parole. No, le parole sono contenitori, ma racchiudono contenuti e sono importanti, le parole vanno “pesate”, come si suol dire. E si sa che spesso fanno più male le parole che le pietre.

Io non so quando si è deciso di sostituire la parola immigrato con migrante. A me piace ritrovare  nelle parole l’etimologia, purtroppo solo dal latino, perché non avendo studiato al classico, non conosco il greco. Ma mi dà grande soddisfazione scoprire l’etimo delle parole, mi aiuta a collocarle meglio nella memoria, a raffrontarle con le parole di altre lingue di origine romanza come la nostra, mi aiuta anche a capire i dialetti, anche quelli che non conosco … Insomma io so che emigrato ha nella sua radice “e” che nel latino (reminiscenze scolastiche lontane era e/ex) significava da, andare via, uscire. In quella semplice “e” era racchiuso un movimento di uscita. Io per esempio sono stata un’emigrata quando sono andata a lavorare fuori dalla mia regione. L’emigrato diventava immigrato se si cambiava il punto di osservazione. Per la regione in cui sono andata a lavorare ero un’immigrata. E in questi due termini ci stavo dentro bene. Non mi era stato tolto niente. Da una città mi ero trasferita in un’altra con tanto di residenza, lavoro, casa, diritti, e doveri naturalmente, né più né meno di prima. Si la nostalgia, l’amore delle tue cose, il mare, gli amici ecc … ma si ritornava a casa e si ripartiva con dignità! E dato che nella vita ho lavorato con i bambini mi piaceva, quando si parlava di geografia e di come erano distribuite le acque nel territorio,  rappresentare la vita di un lago con immissari ed emissari come fossero persone; fiumi che uscivano da un lato, mentre altri vi entravano rendendo l’acqua sempre chiara e pulita, mantenendo il livello, apportando quella ricchezza che raccoglievano quando erano torrenti e rotolavano giù dalla montagna.  E in questo continuo scambio di vita impedivano al lago di diventare acqua stagnante, palude!  Ed ecco che il fiume Ticino era l’immissario del lago Maggiore e poi ne era anche l’emissario. Spero di aver dato ai miei ragazzi un’immagine quasi umana delle cose della natura. E di essere andata oltre.

Perché non mi piace la parola migrante?

Mi vengono in mente le rondini, gli uccelli migratori, che non hanno “sede” fissa, una residenza insomma. Si, alcuni diventano stanziali come certi fenicotteri, i cambiamenti climatici creano le variabili, ma una certa letteratura dice che gli uccelli migratori si spostano da un paese all’altro col cambio delle stagioni e di conseguenza della situazione climatica …  Anche Carducci nella famosa poesia “San Martino”  dice …  Stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri, nel vespero migrar … Uccelli neri … migrar…

In questo termine “migrante” c’è una condizione di  transito, non c’è stabilità, c’è un continuo errare, una condizione di chi è destinato a non fermarsi mai. Ho cominciato questa mia riflessione partendo dall’episodio verificatosi a Marsala discriminante nei confronti di un ragazzo nord africano. Mi sono allontanata  molto dall’episodio specifico, ma, credo, non abbastanza da non poter concludere  dicendo che tutto contribuisce a diffondere questa insofferenza verso gli altri così detti “diversi” da noi, anche una e in meno può fare la differenza. A mio parere naturalmente!

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